Categoria: traduzioni

  • Baby-O – Frank Proffitt

    Baby-O – Frank Proffitt

    Frank Proffitt

    Frank Proffitt Sings Folk Songs – Folkways Records, FA2360 e FW02360, 1962

    What you goin’ to do with the baby-o?
    What you goin’ to do with the baby-o?
    Wrap him up in calico, send him back to his mammy-o.
    That’s what I’ll do with the baby-o!

    What you goin’ to do with the mammy-o?
    What you goin’ to do with the mammy-o?
    Give her a needle and thread to sew,
    That’s what I’ll do with the mammy-o!

    What you goin’ to do with the lassie-o?
    What you goin’ to do with the lassie-o?
    Marry her off to a handsome beau,
    That’s what I’ll do with the lassie-o!

    What you goin’ to do with the laddie-o?
    What you goin’ to do with the laddie-o?
    Put him on a horse and watch him go,
    That’s what I’ll do with the laddie-o!

    What you goin’ to do with the daddy-o?
    What you goin’ to do with the daddy-o?
    Kick him out in the rain and snow,
    That’s what I’ll do with the daddy-o!

    Baby-O

    Cosa farai al bambino?
    Cosa farai al bambino?
    Lo avvolgerò nel calicò, lo rimanderò dalla sua mammina.
    Ecco cosa farò al bambino!

    Cosa farai alla mammina?
    Cosa farai alla mammina?
    Le darò ago e filo per cucire,
    Ecco cosa farò alla mammina!

    Cosa farai alla ragazza?
    Cosa farai alla ragazza?
    La darò in sposa a un bello spasimante,
    Ecco cosa farò alla ragazza.

    Cosa farai al ragazzo?
    Cosa farai al ragazzo?
    Lo metterò su un cavallo e lo guarderò andar via,
    Ecco cosa farò al ragazzo.

    Cosa farai al papà?
    Cosa farai al papà?
    Lo butterò fuori sotto la pioggia e la neve,
    Ecco cosa farò al papà.

    https://youtu.be/JlP8k5aFi2g?si=yJWQ3HEonK15-60K

  • Black, Brown and White

    20 Gennaio 2009, Inauguration Day. Barack Obama giura sulla Bibbia di Lincoln e diventa ufficialmente il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Quali che siano i giudizi politici che si vogliono dare sulla sue elezione, l’enorme valore simbolico dell’ingresso alla Casa Bianca del primo presidente nero è indiscutibile. “A man whose father less than 60 years ago might not have been served in a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath”, “un uomo, al cui padre 60 anni fa poteva essere negato di venire servito al ristorante, adesso è di fronte a voi a pronunciare un giuramento sacro”1 e siede a capo della nazione più potente del mondo.

    Terminato il discorso inaugurale di Obama è il momento della benedizione, affidata al reverendo Joseph Lowery (il quale, per inciso, riceverà da Obama la Presidential Medal of Freedom nell’Agosto dello stesso anno). Nato nel 1921 ad Huntsville, Alabama, Lowery non è un pastore metodista qualunque. Attivista dagli anno ‘50, dopo l’arresto di Rosa Parks del 1955 contribuì a guidare il boicottaggio degli autobus a Montgomery; diresse la Alabama Civic Affairs Association, un’organizzazione impegnata nella desegregazione degli autobus e dei luoghi pubblici; nel 1957 fondò, con Martin Luther King, la Southern Christian Leadership Conference; partecipò nel 1965 alla storica marcia da Selma a Montgomery (che si svolse a tappe in più giorni, per cui è forse più corretto parlare di “marce”), grazie alla quale nello stesso anno venne approvato il Voting Rights Act, col quale venne proibita la discriminazione razziale nel voto; ed è sempre rimasto una figura importante nelle lotte per i diritti civili. Lowery inizia la sua preghiera citando praticamente parola per parola l’ultima strofa di Lift Every Voice And Sing — una poesia scritta nel 1899 da James Weldon Johnson e successivamente musicata dal fratello, John Rosamond Johnson, diventata poi l’inno ufficiale della NAACP. La benedizione di Lowery termina con queste parole:

     

    — Lord, in the memory of all the saints who from their labors rest, and in the joy of a new beginning, we ask you to help us work for that day when black will not be asked to get in back; when brown can stick around; when yellow will be mellow; when the red man can get ahead, man; and when white will embrace what is right.”

    — Signore, in memoria di tutti i santi che ora riposano dalle loro fatiche e nella gioia di un nuovo inizio, ti chiediamo di aiutarci a lavorare per quel giorno in cui al nero non verrà detto di andarsene; quando chi ha la pelle scura potrà restare; quando chi è giallo potrà starsene tranquillo; quando il pellerossa potrà farsi strada; e quando l’uomo bianco accetterà ciò che è giusto.”2 

     

    Con consumata abilità retorica Lowery traccia una linea che, partita dalle altezze di Lift Every Voice And Sing, alla fine piega bruscamente verso il basso e riporta tutti alla realtà con le parole che Big Bill Broonzy aveva usato come amaro ritornello in Black, Brown and White più di sessant’anni prima, prendendole a sua volta da una vecchia filastrocca per bambini. Dal tono si capisce che Lowery vuole stemperare la solennità del discorso ormai giunto alla conclusione, e i presenti sorridono, colti alla sprovvista. A molti non piacerà quell’ultima parte della benedizione, che giudicheranno non consona alla solennità del momento e addirittura daranno a Lowery del razzista: perché mai è all’uomo bianco che si chiede di accettare ciò che è giusto? Forse che adesso vive nell’errore? E se quelle parole le avesse pronunciate un bianco indirizzandole ai neri? Non è forse questo un caso evidente di reverse racism, di razzismo inverso? Ed è tollerabile in un contesto del genere l’uso di quegli epiteti razziali come “giallo” e “pellerossa”? Chi si pone tali domande ignora — o finge di ignorare — non solo la storia passata degli Stati Uniti, ma quella presente; e non comprende — o, ancora una volta, finge di non riuscirci — il senso di quello che vede e che ascolta.

    Anche Broonzy ebbe difficoltà a far accettare quelle parole in Black, Brown and White — troppo chiare e dirette, questo era il problema. Pubblicata per la prima volta in forma scritta sul bollettino dell’Ottobre 1946 di People’s Songs, il primo ad incidere Black, Brown and White fu Brownie McGhee nel 1947 per la Encore (etichetta discografica di Irwin Silber e McGhee), attribuendo correttamente la paternità del brano a Broonzy in copertina; Pete Seeger la incise nel 1948 per la Charter (verrà poi ripubblicata in Songs for Political Action: Topical Songs and the American Left 1926–1953 dalla Bear Family Records nel 1996).3 Nel Settembre del 1951, Broonzy registrò il brano per l’etichetta francese Vogue, e poi per la Mercury a Novembre; quest’ultima però la pubblicherà solo nel 1958 col titolo di Get Back, dopo la morte di Broonzy nello stesso anno. Broonzy registrò Black, Brown and White anche nel 1956, in un disco pubblicato nel 1957 dalla Folkways intitolato His Story — Big Bill Broonzy Interviewed by Studs Terkel.4 In questa lunga e bella conversazione con Terkel, Broonzy parla della sua vita, della sua musica e attraverso la sua musica. A proposito dell’origine di Black, Brown and White e di come venne recepita, dice:

     

    — “Well, I wrote Black, Brown and White in nineteen… 1939 it was, and I started singing’ in 1939 because I was working at a foundry at that time. And, well, I was a moulder […]. They hired a fella there and put him to work with me and he worked with me for about — I guess — around a month, and then he got to be the boss there; and that’s why he would tell me what to do after that, after I learned him what I know’d and he got to be the boss then, so… Then he was telling me how I should do these things. So after that I just wrote a song about it. This song for fact is written about my life. There’s lot of people don’t like it because of the word “get back”. Well, there’s a lot of people in the world have never had to get back but I wrote it because I had to get back.”

    — “Scrissi Black, Brown and White nel millenovecento… Era il 1939, e iniziai a cantarla nel 1939 perché all’epoca lavoravo in una fonderia. Facevo il modellatore. […] Assunsero un tale e lo misero a lavorare con me, lavorò con me per circa un mese, mi pare, e alla fine diventò il capo; perciò adesso era lui che mi diceva quella che dovevo fare, dopo che io gli avevo insegnato quello che sapeva ed era riuscito a diventare il capo, e quindi… Alla fine era lui che mi diceva come dovevo fare il mio lavoro. Così ci ho scritto una canzone.
    Senza dubbio questa è una canzone sulla mia vita. A molta gente non piace per via delle parole “get back”, “va’ via”. Beh, molta gente a questo mondo non è mai stata costretta ad andarsene ma io ho scritto questa canzone perché a me è capitato di essere mandato via.”5 

     

    In un’altra intervista, Broonzy spiega la reazione delle case discografiche al suo brano e le circostanze che portarono all’incisione per la Mercury:

     

    — “What’s wrong with it, I would like to know? What I say is just about the way the working Negro is treated in this country on all jobs in the North, in the East and in the West, and you all know it’s true.”
    “Yes,” they would say to me, “and that is what’s wrong with that song. You see, Bill, when you write a song and want to record it with any company, it must keep the people guessing what the song means… And that song comes right to the point and the public don’t like that.” One day I got a letter from the Mercury Recording Company that told me to get ready with about eight songs for a recording session. That was in January 1952. I recorded Black, Brown and White that time, but it hasn’t been released. Of course I know that the Mercury Company recorded it because of Mr. John Hammond [who was then vice president of Mercury]. I played it to him once in 1946. Him and Alan Lomax both liked it. Mr. Hammond said to me: “Bill, that’s a good song you’ve got there, why don’t you record it?” “I’ve tried nearly all the companies, but they don’t like it.” He smiled and said, “They will.” So that’s why it has finally been recorded in the States, too… Of course there’s nothing wrong with the song… this song doesn’t mean for a Negro to get back, it just tells what has happened on jobs where Negroes goes to.”

    — “Che cos’ha che non va [questa canzone], vorrei sapere? Parlo solo del modo in cui il lavoratore nero viene trattato in questa nazione nel nord, a est e nel sud, e lo sapete che è la verità.”
    “Esatto,” mi dicevano, “ed è proprio questo il problema di quella canzone. Vedi, Bill, quando scrivi un pezzo e vuoi che una casa discografica lo pubblichi, devi fare in modo che la gente debba indovinare da sola il significato della canzone… La tua invece arriva dritta al punto e questo alla gente non piace.” Un giorno ricevetti una lettera dalla Mercury Recording Company in cui mi dicevano che dovevo tener pronti circa otto pezzi per una sessione di registrazione. Era il Gennaio del 1952. Quella volta registrai Black, Brown and White, ma non venne mai pubblicata. Se la Mercury mi permise di registrarla fu grazie a John Hammond [che era all’epoca vicepresidente della Mercury]. Gliel’avevo fatta ascoltare nel 1946. Piacque sia a lui che ad Alan Lomax. Il signor Hammond mi disse: “Bill, hai scritto un bel pezzo, perché non lo incidi?” “Ho provato a farlo praticamente con tutte le case discografiche, ma a loro non piace.” Sorrise e disse, “Gli piacerà.” E così finalmente la incisi anche negli Stati Uniti… Chiaramente non c’è niente che non va in questa canzone… questa canzone non vuol dire che un nero deve farsi da parte, semplicemente descrive la realtà che il nero affronta sul posto di lavoro.”6 

     

    Troppo spesso confondiamo la causa di un problema con chi quel problema lo denuncia, come se la colpa della nostra malattia fosse del medico che ce l’ha diagnosticata. Ce la prendiamo con chi grida “Al fuoco!” perché ci ha svegliati dal sonno; e dopotutto non potrebbe essere stato proprio lui ad appiccare l’incendio? Con la stessa logica fallace ce la prendiamo con i vari Lowery, i Broonzy e con quanti ci mostrano le cose per quello che sono costringendoci a chiamarle col loro vero nome; e per noi non fa differenza se ce lo dicono con gentilezza o se ce lo mettono in musica con un bel motivo orecchiabile.

    Obama rimarrà in carica fino al 20 Gennaio del 2017, data in cui prenderà il suo posto un uomo che, assieme ai suoi accoliti, proverà con ogni mezzo a rendere gli Stati Uniti — a suo dire — una grande nazione “di nuovo”. “Make America Great Again” è il loro slogan; ma non diranno mai in quale periodo della storia degli Stati Uniti sia da cercare quella grandezza che vogliono ricreare — dopotutto gli Stati Uniti non hanno mai smesso di essere, nel bene o nel male, un grande paese, sin da prima della Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Forse hanno a modello un passato recente, forse gli anni in cui al padre di Obama poteva essere negato l’ingresso al ristorante, o forse un’epoca ancora più lontana nel tempo, difficile dirlo. Quello che è certo è che per qualunque americano non-white quell’again rappresenta più una minaccia che una promessa; ed oggi, a pochi mesi dalla scadenza del primo mandato — che potrebbe non essere l’ultimo — del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, vediamo con chiarezza quanto le parole del ritornello di Big Bill Broonzy continuano ad essere attuali, non soltanto in America, purtroppo. Tocca ad ognuno di noi fare in modo che il ritornello di Big Bill Broonzy diventi un ricordo del passato.

    Black, Brown and White

    Big Bill Broonzy

    Big Bill Broonzy, His Story — Big Bill Broonzy Interviewed by Studs Terkel, Folkways Records, FG3586 e FW03586, 1957

    This little song that I’m singin’ about, people, you know it’s true
    If you’re black and gotta work for livin’, now, this is what they will say to you,
    They says, “If you was white, should be alright, if you was brown, stick around,
    But as you black, oh, brother, get back, get back, get back”

    I was in a place one night, they was all havin’ fun,
    They was all buyin’ beer and wine, but they would not sell me none,
    They said, “If you was white, should be alright, if you was brown, stick around,
    But as you black, oh, brother, get back, get back, get back!”

    I went to an employment office, I got a number and I got in line,
    They called everybody’s number, but they never did call mine
    They said, “If you was white, should be alright, if you was brown, stick around,
    But as you black, oh, brother, get back, get back, get back!”

    Me and a man was workin’ side by side, this is what it meant:
    They was payin’ him a dollar an hour, and they was payin’ me fifty cents
    They said, “If you was white, should be alright, if you was brown, stick around,
    But as you black, oh, brother, get back, get back, get back!”

    I helped build this country, and I fought for it too,
    Now, I guess that you can see what a black man have to do
    They says, “If you was white, you’s alright, if you was brown, stick around,
    But as you black, oh, brother, get back, get back, get back!”

    I helped win sweet victory with my little plow and hoe
    Now, I want you to tell me, brother, what you gonna do ’bout the old Jim Crow?
    Now, if you was white, you’s alright, if you was brown, stick around,
    But if you’s black, oh, brother, get back, get back, get back!

    Nero, Scuro e Bianco

    La canzone che sto per farvi sentire, gente, lo sapete che dice la verità,
    Se sei nero e devi lavorare per vivere, ecco cosa ti diranno
    Ti dicono: “Se eri bianco eri a posto, se eri scuro potevi restare,
    Ma siccome sei nero, oh, fratello, va’ via, va’ via, va’ via!”

    Una sera mi trovavo in un posto, tutti se la spassavano,
    Tutti bevevano birra e vino, ma a me non li vendevano,
    Dicevano: “Se eri bianco eri a posto, se eri scuro potevi restare,
    Ma siccome sei nero, oh, fratello, va’ via, va’ via, va’ via!”

    Sono andato in un ufficio di collocamento, ho preso un numero e mi sono messo in fila,
    Hanno chiamato tutti i numeri ma il mio non lo hanno chiamato mai
    Mi hanno detto: “Se eri bianco eri a posto, se eri scuro potevi restare,
    Ma siccome sei nero, oh, fratello, va’ via, va’ via, va’ via!”

    Io e un altro uomo lavoravamo fianco a fianco, ecco com’è andata la cosa:
    A lui davano un dollaro l’ora e a me cinquanta centesimi
    Dicevano: “Se eri bianco eri a posto, se eri scuro potevi restare,
    Ma siccome sei nero, oh, fratello, va’ via, va’ via, va’ via!”

    Ho aiutato a costruire questa nazione, ho anche combattuto per essa,
    Ora immagino che comprendiate cosa deve fare un nero
    Dicono: “Se eri bianco eri a posto, se eri scuro potevi restare,
    Ma siccome sei nero, oh, fratello, va’ via, va’ via, va’ via!”

    Ho aiutato a ottenere dolci vittorie con il mio piccolo aratro e la mia zappa
    Ora voglio che tu mi spieghi, fratello, cosa ne farai del vecchio Jim Crow?
    Se eri bianco eri a posto, se eri scuro potevi restare,
    Ma siccome sei nero, oh, fratello, va’ via, va’ via, va’ via!


    Note

    1. Barack Hussein Obama, «President Barack Obama’s Inaugural Address» (Discorso, Washington, D.C., 20 gennaio 2009). Trascrizione completa reperibile all’indirizzo https://obamawhitehouse.archives.gov/blog/2009/01/21/president-barack-obamas-inaugural-address.

    2. Joseph Lowery, «Benediction at Obama Inauguration» (Discorso, Cerimonia per l’insediamento presidenziale di Barack Obama, Washington, D.C., 20 gennaio 2009). Una trascrizione integrale del discorso tenuto da Lowery è reperibile qui: «Civil Rights Icon Rev. Joseph Lowery Delivers Benediction at Obama Inauguration», Democracy Now!, consultato 4 maggio 2020, http://www.democracynow.org/2009/1/21/civil_rights_icon_rev_joseph_lowery.

    3. Ellen Harold e Peter Stone, «Big Bill Broonzy», The Association for Cultural Equity, consultato 30 aprile 2020, http://www.culturalequity.org/alan-lomax/friends/broonzy

    4.Big Bill Broonzy, His Story — Big Bill Broonzy Interviewed by Studs Terkel, Folkways Records, FG3586 e FW03586, 1957. Intervistatore: Studs Terkel; note all’album: Charles E. Smith; designer: Irwin Rosenhouse.

    5. Big Bill Broonzy, “Black, Brown and White”, traccia #8 in His Story — Big Bill Broonzy Interviewed by Studs Terkel, Folkways Records, FG3586 e FW03586, 1957.

    6. Marion Barnwell, a c. di, A Place Called Mississippi: Collected Narratives (Jackson: University Press of Mississippi, 1997), pp. 317-318. Citato in: Ellen Harold e Peter Stone, «Big Bill Broonzy», The Association for Cultural Equity, consultato 30 aprile 2020, http://www.culturalequity.org/alan-lomax/friends/broonzy

    https://youtu.be/aa0GTgYDd8A?si=uF6JFOWXeHhlAEc_

  • If It Don’t Fit (Don’t Force It) – Barrel House Annie

    Registrato a Chicago il 3 Marzo 1937 per la ARC (matrice C-1837-2), If It Don’t Fit (Don’t Force It) è un buon esempio di blues hokum – un genere musicale nei cui testi predominano i doppi sensi e le allusioni a sfondo sessuale – oltre ad essere una delle pochissime registrazioni note (cinque in tutto) di Barrelhouse Annie, sulla quale poco o nulla è dato sapere; e sconosciuti sono i nomi dei musicisti che la accompagnano in quell’occasione. Verrà pubblicata per la prima volta nel 1990, 53 anni dopo, dalla RST Records all’interno della compilation Swingin’ The Blues (1937 – 1939) – The Complete Recordings Of Barrel House Annie, Elsie Williams, Mattie Hardy, Ramona Hicks, And Mary Mack’s Last Recording Date (RST BD2077).

    If It Don’t Fit Don’t Force It

    Barrel House Annie

    Barrelhouse Annie, “If It Don’t Fit Don’t Force It”. Registrata a Chicago, 3 Marzo 1937. ARC, inedito. Prima pubblicazione: 1990 dalla RST Records, RST BD2077, serie Blues Documents, in Swingin’ The Blues (1937-1939) (The Complete Recordings Of Barrel House Annie, Elsie Williams, Mattie Hardy, Ramona Hicks, And Mary Mack’s Last Recording Date).

    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll make your momma mad.
    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll only get in bad.

    Changed the lock ‘cause you stayed out till four,
    Your key didn’t fit, you tried to break down the door!
    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll make your momma mad.

    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll make your momma mad.
    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll only get in bad.

    Now it may stretch, it may not tear at all,
    But you’ll never pack that big mule up in my stall!
    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll make your momma mad.

    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll make your momma mad.
    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll only get in bad.

    You don’t seem to understand my position,
    I never let you put my works out of commission!
    If it don’t fit don’t force it,
    ‘Cause you’ll make your momma mad, oh yeah,
    ‘Cause you’ll make your momma mad.

    Se Non Entra Non Spingere

    Barrel House Annie

    Se non entra non spingere
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna
    Se non entra non spingere
    Sennò ci entri male e basta

    Ho cambiato la serratura perché sei rimasto fuori fino alle quattro
    La tua chiave non andava e hai provato a sfondare la porta
    Se non entra non spingere
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna

    Se non entra non spingere
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna
    Se non entra non spingere
    Sennò ci entri male e basta

    Può allargarsi, magari non si rompe,
    Ma non riuscirai mai a far entrare quel grosso mulo nella mia stalla
    Se non entra non spingere
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna

    Se non entra non spingere
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna
    Se non entra non spingere
    Sennò ci entri male e basta

    Forse non hai capito quello che ti ho detto
    Non ti lascerò mettere fuori uso il mio macchinario
    Se non entra non spingere
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna, oh sì,
    Altrimenti farai arrabbiare la tua donna

    https://youtu.be/8B4in0q4cUs?si=kkaBnXGGnKAYPYUN

  • Cornbread and Peas – Sonny Terry & Brownie McGhee

    Quella della pellagra negli Stati Uniti è una storia interessante.1 Dopo che il primo caso venne registrato nel 1902, la malattia continuò a diffondersi nel paese per i quattro decenni successivi, con un bilancio complessivo di 3 milioni di persone colpite e 100.000 morti. I sintomi della malattia, già nota in Europa e diffusa soprattutto fra il XVIII e il XIX secolo, sono desquamazione della pelle (da cui il nome), diarrea, perdita di appetito e demenza. Il picco di diffusione della pellagra si raggiunse nel 1912, e ancora non era chiara l’origine della malattia, se cioè fosse di natura infettiva, se venisse trasmessa dagli insetti come la malaria o se avesse a che fare con scarse condizioni igieniche. In Europa era stata riconosciuta una qualche associazione tra pellagra e mais nella dieta, ma non vi erano certezze.

    Nel 1914 il dottor Joseph Goldberger venne incaricato di studiare la malattia per trovare di una terapia efficace. L’idea di Goldberger era che la pellagra non fosse una patologia infettiva ma che fosse invece legata alla dieta, avendo notato, ad esempio, che negli ospedali psichiatrici essa colpiva solo i pazienti ma non le infermiere o i medici che entravano in contatto con loro. La malattia era inoltre particolarmente diffusa negli stati del sud dove veniva praticata la monocoltura del cotone (che sottraeva spazio alla coltivazione di verdure e all’allevamento di bestiame per carne e latte fresco), negli orfanotrofi e nelle prigioni. Il comune denominatore delle persone affette da pellagra era la povertà, e povertà negli Stati Uniti di quel tempo voleva dire – tra le altre cose – potersi permettere una dieta basata prevalentemente sulle cosiddette “tre M”: meat, meal and molasses, ovvero grasso (fat meat, non i tagli pregiati, chiaramente), farina di mais (cornmeal) e melassa. Convinto che la pellagra fosse una malattia di origine alimentare, nel 1915 Goldberger effettuò un esperimento a cui parteciparono volontariamente dodici detenuti (bianchi) del penitenziario della contea di Rankin, in Mississippi, in cambio della libertà alla fine dell’esperimento stesso. Erano tutti sani e nessuno di loro aveva la pellagra. Fornendo ai volontari unicamente la dieta delle “tre M”, Goldberger fu in grado di indurre nei detenuti la pellagra, che scompariva se il regime alimentare veniva variato con cibi come piselli, fagioli e pane di grano. La distribuzione di estratto di lievito attraverso la Croce Rossa prima, e poi attraverso l’introduzione di questo estratto nelle farine, seguiti da campagne di sensibilizzazione, diversificazione delle coltivazioni e mutate abitudini alimentari, contribuirono all’eradicazione della malattia intorno al 1945. Va detto che Goldberger (1874-1929) morì prima di riuscire a capire quale fosse l’elemento che contrastava l’insorgenza della pellagra; lo fece nel 1937 Conrad A. Elvehjem, il quale determinò che si trattava della niacina, ovvero la vitamina B3.

    È in questo contesto socioeconomico che la triade cornbread, meat and black molasses entra nella musica folk e nel blues, diffusa tra (e verosimilmente anche da) i detenuti delle chain gang costretti ai lavori forzati. Come scrive Paul Oliver in Blues Fell This Morning: «“I don’t want no cornbread, meat and black molasses,” ran a song common in the chain gangs throughout the South, and noted by Odum and Johnson before blues appeared on record.»2 «“Non voglio pane di mais, carne e melassa nera,” recitava una canzone diffusa fra le chain gang del sud, e riportata da Odum e Johnson prima che il blues venisse registrato.»

    Nella sua versione del 1942 della celebre work song Take This Hammer, Leadbelly cantava: «I don’t want no cornbread and molasses / It hurts my pride», «Non voglio pane di mais e melassa / Mi ferisce nell’orgoglio».

    Il tema verrà ripreso anche da Sonny Terry e Brownie McGhee. Il testo di Cornbread and Peas che qui riporto è quello della versione incisa per la Fantasy Records a Oakland, Oregon, il 15 Marzo 1957, presente all’interno dell’album “Shouts and Blues”3 (Fantasy LP 3317); per la cronaca, i brani di questo e dell’album “Sonny Terry and Brownie McGhee” sono presenti in un’edizione successiva intitolata “California Blues”, anch’essa pubblicata dalla Fantasy. Prima dicevo che la dieta della povera gente era costituita prevalentemente dalle “tre M”, ma ovviamente si mangiava anche altro – per quanto poco. Tanto per dare un’occhiata estremamente sommaria e parziale a quella che era la situazione della popolazione di colore, in una delle interviste agli ex-schiavi raccolte dalla Federal Writers’ Project fra il 1936 e il 1938 in Slave Narratives,4 Victoria McMullen, parlando delle condizioni ai tempi della nonna, riferisce:

     

    — «But the other slaves didn’t git nothin’ but fat meat and corn bread and molasses. And they got tired of that same old thing. They wanted something else sometimes.»

    — «Ma gli altri schiavi non avevano altro che grasso e pane di mais e melassa nera. Ed erano stanchi di mangiare sempre la stessa roba. Avrebbero voluto qualcosa di diverso ogni tanto.»

     

    Sempre in Slave Narratives, un’altra donna, Mary Reynolds, dice:

     

    — «Mostly we ate pickled pork and corn bread and peas and beans and ‘taters . They never was as much as we needed.»

    –«Mangiavamo soprattutto carne di maiale marinata, pane di mais, piselli, fagioli e patate. Rispetto a quello di cui avevamo bisogno, non erano mai abbastanza».

     

    Nella versione di Terry e McGhee, i peas prendono il posto di meat. Lo spazio fisico della canzone, che possiamo solo dedurre, è quello di un luogo da cui non si riesce ad andare via; una prigione, magari, (vedi quanto riportato sopra da Paul Oliver) oppure uno di quei luoghi come i levee camps, i campi di lavoro per la costruzione degli argini dei fiumi in cui si andava per cercare di sbarcare in qualche modo il lunario o si veniva mandati a forza. Il figlio non può tornare dalla madre probabilmente perché è senza denaro, ed è costretto tutte le sere a mangiare “quello che passa il convento” – nella fattispecie cornbread, peas and black molasses – di cui ovviamente non ne può più. Ancora tre mesi, Giugno, Luglio e Agosto, e poi, forse, potrà tornare a casa. Forse.

    Cornbread and Peas

    Sonny Terry & Brownie McGhee

    Sonny Terry e Brownie McGhee, “Cornbread and Peas”. Registrata ad Oakland, Oregon, il 15 Marzo 1957. Traccia #3 dell’album Shouts and Blues. Fantasy 3317. Pubblicazione: 1962. Vinile, LP, mono. Pubblicata originariamente su vinile rosso.

    I don’t want no cornbread, peas, black molasses
    I don’t want no cornbread, peas, black molasses
    At suppertime, Lord, Lord, Lord, suppertime

    I got a letter, a letter from my mother this morning
    I got a letter, a letter from my mother this morning
    She said: «Come home,» Lord, Lord, Lord, «son, come home»

    I ain’t got no, I got no ready-made money
    I ain’t got no, I got no ready-made money
    I can’t go home, Lord, Lord, Lord, I can’t go home

    If I could make June, July and August
    If I could make June, July and August
    I’d go home, Lord, Lord, Lord, I’d go home

    I don’t want no cornbread, peas, black molasses
    I don’t want no cornbread, peas, black molasses
    At suppertime, Lord, Lord, at suppertime

    Pane di Mais e Piselli

    Non voglio pane di mais, piselli e melassa nera
    Non voglio pane di mais, piselli e melassa nera
    Per cena, Signore, Signore, Signore, per cena

    Ho ricevuto una lettera, una lettera da mia madre, stamattina
    Ho ricevuto una lettera, una lettera da mia madre, stamattina
    Diceva: «Torna a casa», Signore, Signore, Signore, «figliolo, torna a casa»

    Non ho del denaro bello e pronto
    Non ho del denaro bello e pronto
    Non posso tornare a casa, Signore, Signore, Signore, non posso tornare a casa

    Se potessi resistere Giugno, Luglio e Agosto
    Se potessi resistere Giugno, Luglio e Agosto
    Me ne tornerei a casa, Signore, Signore, Signore, me ne tornerei a casa

    Perché non voglio pane di mais, piselli e melassa nera
    Non voglio pane di mais, piselli e melassa nera
    Per cena, Signore, Signore, Signore, per cena


    Note

    1. Le fonti consultate per la parte relativa alla pellagra sono le seguenti: Kumaravel Rajakumar. «Pellagra in the United States». Southern Medical Journal 93, n. 3 (marzo 2000): 272–77. https://doi.org/10.1097/00007611-200093030-00005; John Middleton. «Pellagra and the Blues Song ‘Cornbread, Meat and Black Molasses’». Journal of the Royal Society of Medicine 101, n. 11 (2008): 569–70. https://doi.org/10.1258/jrsm.2008.08k007; John Middleton. «The Blues and Pellagra: a Public Health Detective Story». BMJ: British Medical Journal 319, n. 7218 (1999): 1209. https://doi.org/10.1136/bmj.319.7218.1209.

    2. Paul Oliver. Blues Fell This Morning: Meaning in the Blues. 2° ed. Cambridge University Press, 1990 (1° ed. Cassel & C. Ltd, London, 1960)

    3. Jazz Discography Project. «Sonny Terry Discography». Consultato 18 aprile 2020. https://www.jazzdisco.org/sonny-terry/discography/

    4. Works’ Projects Administration. Slave Narratives: A Folk History of Slavery in the United States, from Interviews with Former Slaves. 17 vol. Washington D.C.: Native American Book Publishers, 1941. https://www.loc.gov/collections/slave-narratives-from-the-federal-writers-project-1936-to-1938/about-this-collection/

    La versione del video seguente è quella registrata per la rete canadese CBC nel 1966 a Toronto.

    https://youtu.be/v3llPfBwAtA?si=r3vzKSHi_Kv4XS8D

  • Little Birdie – Roscoe Holcomb

    La versione della ballata Little Birdie che qui riporto è quella registrata da Roscoe Holcomb a New York nel 1961 e pubblicata nel 1962 dalla Folkways nell’album Music of Roscoe Holcomb and Wade Ward (FA 2363, FW02363).

    L’accordatura del banjo qui utilizzata da Holcomb è eCGAD, una accordatura in Do utilizzata – da Holcomb e altri – praticamente solo per interpretare Little Birdie.

    Little Birdie

    Roscoe Holcomb

    Roscoe Holcomb, “Little Birdie”. Versione Registrata a New York City, 1961. Traccia #4 dell’album Music of Roscoe Holcomb and Wade Ward. Folkways Records FA 2363, FW02363. Pubblicazione: 1962. Vinile, LP.

    Little birdie, little birdie, sing to me your song
    Sing it now while I’m with you, I can’t hear you when I’m gone

    Fly down, fly down little birdie, and sing to me your song
    Sing it now while I’m with you, for I won’t be with you long

    If I were some little birdie, (I’d) never build my nest on the ground
    Build my nest in some pretty girl’s breast where the bad boys would never tear it down

    Pretty woman, pretty woman, what makes you act so queer
    Got no cause for to worry, you got new clothes to wear

    Uccellino

    Uccellino, uccellino, cantami la tua canzone
    Cantala adesso finché sono con te, non la potrò sentire quando sarò andato via

    Vola quaggiù, vola quaggiù, uccellino, e cantami la tua canzone
    Cantala adesso finché sono con te, perché non rimarrò con te a lungo

    Se io fossi un uccellino, non mi costruirei mai il nido a terra
    Farei il mio nido nel petto di una bella ragazza, dove i ragazzi cattivi non riuscirebbero a farlo a pezzi

    Bella donna, bella donna, perché sei così strana?
    Non hai motivo di preoccuparti, hai abiti nuovi da indossare.

    https://youtu.be/8FG-IA3sdxA?si=iQRZVhDS3LcRV_5a

  • Devil Got My Woman – Skip James

    Devil Got My Woman fu registrata a Grafton, Wisconsin, intorno al Febbraio del 1931 per la Paramount Records. In quella stessa occasione Skip James incise altri brani – sia alla chitarra che al pianoforte – tra cui Cypress Grove Blues, Cherry Ball Blues, I’m So Glad, 22-20 Blues; quest’ultima verrà rielaborata (con poche varianti testuali) da Robert Johnson per la sua 32-20, incisa nel 1936.

    Devil Got My Woman

    Skip James

    Skip James, “Devil Got My Woman”. Registrata a Grafton, Wisconsin, circa Febbraio 1931. Paramount 13088-A (L-746-1). 78 giri. [Il lato B contiene “Cypress Grove Blues”, Paramount 13088-B (L-747-2).]

    I’d rather be the devil to1 be that woman’s man
    I’d rather be the devil to be that woman’s man

    Oh, nothing but the devil changed my baby’s mind
    Oh, nothing but the devil changed my baby’s mind

    I laid down last night, laid down last night
    I laid down last night, tried to take my rest

    My mind got to rambling
    Like the wild geese from the west, from the west

    The woman I love, Lord, woman that I love
    Woman I love stoled her from my best friend

    But he got lucky, stoled her back again
    But he got lucky, stoled her back again

    Il Diavolo Si È Preso La Mia Donna

    Preferirei essere il diavolo piuttosto che l’uomo di quella donna
    Preferirei essere il diavolo piuttosto che l’uomo di quella donna

    Oh, solo il diavolo ha potuto far cambiare idea alla mia donna
    Oh, solo il diavolo ha potuto far cambiare idea alla mia donna

    Mi sono steso ieri notte, mi sono steso ieri notte,
    Mi sono steso ieri notte, ho provato a dormire

    La mia mente si è messa a vagare
    Come le oche selvatiche dell’ovest, dell’ovest

    La donna che amo, Signore, la donna che amo
    La donna che amo l’avevo rubata al mio migliore amico

    Ma è stato fortunato, se l’è ripresa
    Ma è stato fortunato, se l’è ripresa


    Note

    1. rather […] to: sta per rather […] than

    https://youtu.be/BtZ6DoeimP4?si=Z6hQk3UfhR4cp46F