Darn-it-how-he-nicks-‘em

Tradurre darn-it-how-he-nicks-‘em

Nell’annotazione del 29 Ottobre 1837, Thoreau scrive:

«Just previous to immersion they [the ducks] seemed to give each other a significant nod, and then, as if by common consent, ‘twas heels up and head down in the shaking of a duck wing; and when they reappeared, it was amusing to observe with what a self satisfied, darn-it-how-he-nicks-‘em air they paddled off to repeat the experiment.»

Per un chiarimento che sia sufficiente (seppure, lo ammetto, non del tutto soddisfacente, e senz’altro non esaustivo) a spiegare il significato di quell’espressione, e per motivare la scelta della traduzione adottata, andiamo per gradi.

Il gioco dell’hazard e i significati di to nick

Iniziamo da un antico gioco di dadi, molto popolare in Europa nel Medioevo, chiamato in inglese hazard (dall’arabo al-zahr, “dado”). Senza addentrarci nei dettagli delle regole, per quello che qui ci interessa è sufficiente sapere che il tiratore che vince al primo tiro fa quello che si dice un throwing in o nicking.

Nell’edizione del 1828 dell’ “American Dictionary of the English Language” di Noah Webster alla voce nick si leggono, oltre a significati che rimandano al campo del tagliare/intagliare/incidere, le seguenti definizioni: «A winning throw … To hit; to touch luckily; to perform by a slight artifice used at the lucky time … To defeat or cozen, as at dice»; «Un tiro vincente … Colpire; un tocco fortunato; eseguire un trucchetto al momento giusto … Battere o imbrogliare, come nel gioco dei dadi»; oltre al più semplice «fare un intaglio, un intaccatura». Ma proseguiamo.

Tom Moor, the linen draper of Fleet Street

Ricercando la locuzione darn/damn it how it nicks ‘em tal quale, si scopre che questa è presente in un raccontino divertente che narra la vicenda di un tale Tom Moor (o Moore), commerciante di tessuti di Fleet Street, a Londra. La storia, che circolava in varie antologie e raccolte (nei cosiddetti chapbooks o nei jest books), in breve, è questa. Il buon Tom Moor eredita dal padre il negozio di stoffe, assieme anche ad una discreta fortuna. Un bel giorno un tizio prova a vendergli una nidiata di taccole («jackdaws») e, sebbene all’inizio Tom rifiuti l’offerta, cambia idea quando ne sente una fare il verso «Mawk, mawk» e si convince (probabilmente perché gli suona come «Moor, moor») che l’animale conosca il suo nome; così la compra. Tom addestra quindi l’uccello il quale, quando gli viene chiesto «Chi sei?», risponde «Tom Moor, of Flint Street», «Tom Moor, di Fleet Street». Tom aveva il vizio del gioco, e in casa sua lui con un gruppetto di compagni si riunivano a giocare ad hazard; uno in particolare vinceva spesso, al che gli altri partecipanti ogni volta esclamavano «damn it how he nicks ‘em!», che potremmo tradurre con «dannazione, come li frega!» o «come li batte!»; la taccola, che assiste alle partite, impara anche questa frase. Il vizio del gioco – unito probabilmente anche al fatto di non essere un tipo particolarmente sveglio – fa finire in galera per debiti il buon Tom Moor, che si porta dietro l’amico volatile. In prigione, a chi gli domanda come ci sia finito, Tom risponde: «Bad company, by G–!», «Cattive compagnie, per Dio» (anziché nascondere il finale dell’ultima parola, la forma usata in alcune versioni è «Bad company, by George!», un minced oath in cui “George” sta per “God”), e la taccola, manco a dirlo, impara a dire anche questo. Poco prima di morire in prigione, ormai solo e in disgrazie, Tom dà la libertà alla sua beneamata taccola. Questa si unisce così a uno stormo di suoi simili che vanno a dar noia a dei giardinieri che stanno lavorando nel quartiere di Temple. Gli uomini non riescono a sbarazzarsi dei volatili, troppo astuti, ma un giorno uno di loro, con una rete, riesce finalmente a catturarne un gruppetto — in cui finisce anche la taccola di Tom Moor — e se li porta nella soffitta di un edificio abbandonato, per prendersi la sua vendetta. L’uomo comincia così a prendere gli uccelli uno ad uno e a tirargli il collo; al che la taccola di Tom Moor dice ogni volta: «Damn it how he nicks ‘em!». Una volta, due volte, tre volte. L’uomo, finalmente, vede che a parlare è l’uccello, e spaventato gli chiede «Chi sei?» e l’uccello, ripescando nel suo repertorio risponde: «Tom Moor, of Flint Street!». Sempre più in preda alla paura, l’uomo insiste: «E chi ti ha condotto qui?». «Bad company, by God! Bad company, by God!» risponde l’uccello. Al che l’uomo, definitivamente terrorizzato, fugge via; e così la taccola di Tom Moor e i suoi compari ancora vivi fuggono via sani e salvi.

Ograbme, or The American Snapping-turtle

Nel 1807, sotto la presidenza di Thomas Jefferson, veniva emanato l’Embargo Act, una legge che intendeva dare una risposta politica alle azioni di disturbo di Francia e Inghilterra nei confronti delle navi mercantili statunitensi. Durante le guerre napoleoniche, infatti, ciascuna delle due nazioni europee sequestrava le navi americane che commerciavano con il paese nemico (in particolare l’Inghilterra, che praticava anche la coscrizione forzata dei marinai americani). L’Embargo Act, che vietava i commerci marittimi da e verso l’estero, non godette di popolarità, ebbe effetti negativi sull’economia (pur dando una qualche spinta allo sviluppo della manifattura interna, che doveva necessariamente cercare di sopperire alla mancanza di merci dall’estero), e le sue disposizioni venivano continuamente aggirate con un intenso proliferare del contrabbando. Jefferson dovette quindi tornare sui suoi passi, poco prima della fine del suo mandato, con il Non Intercourse Act del 1809 che riapriva i commerci con l’estero — fatta eccezione per Inghilterra e Francia. Quello che ci interessa, in questo contesto, è la vignetta satirica del 1807, Ograbme, or The American Snapping-turtle (“Ograbme, o La Tartaruga Azzannatrice Americana”), di Alexander Anderson.

Nell’immagine è raffigurato un uomo che è intento a caricare su una nave un barile di farina della miglior qualità (sul barile si legge infatti “superfine”) destinata al contrabbando, mentre una testuggine (o una tartaruga, qui la precisione zoologica poco importa) con la zampa su un documento ufficiale (“licence”, probabilmente un’autorizzazione al commercio) gli azzanna i pantaloni. Il contrabbandiere esclama «Oh, this cursed Ograbme», «Oh, questo maledetto Ograbme». A lato un altro uomo, con un bel ghigno beffardo e soddisfatto, osserva la scena con una mano poggiata sulla tartaruga ed esclama contento «D–n it how he nicks ‘em», «Dannazione, guarda come li acchiappa». C’è almeno un doppio richiamo nella tartaruga Ograbme: uno è il fatto di essere semplicemente la parola embargo al contrario, e l’altro è quello di contenere il verbo grab, «afferrare, prendere, acchiappare» (o-grab-me), a rafforzare ulteriormente l’immagine della tartaruga che afferra il contrabbandiere per i pantaloni.

Conclusione: “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”

E allora: come tradurre il darn-it-how-he-nicks-‘em nell’annotazione di Thoreau del 1837? Sappiamo che l’espressione doveva far parte di un patrimonio culturale comune dei paesi anglofoni, per via della circolazione della storiella di Tom Moor (che comparirà anche nella raccolta edita da W. B. Yeats “Fairy and Folk Tales of the Irish Peasantry”, nel racconto intitolato “The Jackdaw”, in cui però Tom Moor stavolta è di Sackville Street) almeno dal XVIII secolo, se non prima, e non è improbabile che Thoreau avesse potuto apprenderla o per averla letta personalmente su una rivista o su uno dei vari chap books che circolavano all’epoca, o per averla sentita raccontare; sappiamo che i giochi d’azzardo con i dadi, tra cui sicuramente l’hazard o qualche altra sua variante, dovevavo essere delle forme di svago trasversali a tutti i ceti della popolazione, e all’epoca ancora diffusi; possiamo immaginare che l’Embargo Act del 1807 e l’eco dei suoi effetti potessero verosimilmente essere considerati ancora memoria recente trent’anni dopo, nel 1837, quando Thoreau scrive l’annotazione sulle anatre a Goose-Pond, e non è da escludere che lo stesso potesse aver visto una riproduzione della vignetta satirica di Anderson. In ogni caso il problema di tradurre quelle sei paroline resta, perché le benedette anatre di Thoreau non stanno giocando a dadi, non stanno guardando beffardamente una enorme tartaruga che morde un contrabbandiere e non è plausibile che conoscano la storia di Tom Moor e della sua taccola.

Riflettendo su quanto sopra appreso, ho deciso alla fine che un buon modo per tradurre darn-it-how-he-nicks-‘em, nello specifico contesto del passo del Journal, fosse “diamine-guarda-che-colpo”; una scelta che, dopo tutto il fiato sprecato fin qui, sembra proprio un caso esemplare della montagna che partorisce il topolino; ma proverò a giustificarla.

“Diamine” richiama “damn”, sia nel suono che nella sua funzione di alterazione eufemica (DIA-bole/volo + do-MINE), e fin qui poco da dire. Per la resa di “how-he-nicks-‘em” anziché espressioni più aderenti al campo del gioco, della vincita con l’inganno o per sorte, ho preferito invece usare “guarda che colpo”, che mi sembra rendere bene la “self satisfied air” delle anatre che riemergono dall’acqua dopo il bel tuffo, pronte a farne un altro. Lo scopo era qui rendere qualcosa di simile a “guarda che roba”, ma che avesse un campo semantico appena più ristretto (rispetto all’ultragenerale “roba”, appunto) e portasse con sé l’idea di “colpo da maestro” (rimandando alla destrezza delle anatre) o “colpo di fortuna” (riferimento al gioco d’azzardo) e evidenziando la rapidità dell’azione (con l’uso che si fa della parola in espressioni come “di colpo”, “tutto d’un colpo”).

Ed eccolo lì, dunque, il topolino (non è il primo, non sarà l’ultimo) che con grande sforzo ho partorito. Un vero “colpo”, non c’è che dire.

Fonti consultate

Per il gioco dell’hazard:

Immagini utilizzate: